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C’è un’azienda a Sunnyvale, in California, che da anni costruisce chip AI in un modo che chiunque nel settore definirebbe, quantomeno, audace. Cerebras Systems non produce processori come tutti gli altri: il suo prodotto di punta, il WSE-3 (Wafer Scale Engine 3), occupa l’intera superficie di una singola fetta di silicio. Il risultato è un chip che è fisicamente molto più grande delle GPU Blackwell B200 di Nvidia, con 900.000 core e un pool di memoria SRAM da 44 gigabyte accessibile con latenza di un solo ciclo di clock.

Il vantaggio competitivo che Cerebras rivendica è uno solo, ma potente: la velocità sull’inferenza. L’inferenza è quella fase dell’intelligenza artificiale in cui il modello risponde alle domande degli utenti — ovvero quello che accade ogni volta che usi ChatGPT o un qualsiasi assistente AI. Le GPU tradizionali, progettate originariamente per il training, devono spostare dati tra chip diversi con latenze inevitabili. Il WSE-3, avendo tutto su un’unica superficie, elimina questo collo di bottiglia. Il chip arriva al mercato montato dentro un’appliance da 1,8 tonnellate chiamata CS-3, che i clienti possono collegare in cluster per scalare ulteriormente le prestazioni.

Questa non è la prima volta che Cerebras tenta la quotazione. L’azienda aveva già presentato i documenti per un’IPO nel 2024, ma aveva dovuto ritirare tutto — e non per ragioni legate al business. Il problema era geopolitico: un’altra società, G42, con sede ad Abu Dhabi, rappresentava all’epoca oltre l’80% del fatturato di Cerebras nel primo semestre del 2024. La partnership aveva attirato l’attenzione del CFIUS, il Comitato americano sugli Investimenti Esteri negli Stati Uniti, che aveva aperto una revisione per motivi di sicurezza nazionale. Il processo si è concluso senza rilievi, ma il danno reputazionale era fatto.
Nel frattempo, però, Cerebras ha lavorato duramente per diversificare il proprio portafoglio clienti. Nel nuovo prospetto depositato a maggio 2026, la composizione del fatturato racconta una storia diversa: OpenAI e Amazon Web Services sono diventati clienti di riferimento, affiancati da Meta Platforms (per il modello Llama 4). G42 pesa ancora per circa il 24% dei ricavi 2025 — una concentrazione che rimane un rischio da monitorare — ma non è più l’unica ancora cui l’azienda è appesa.

Parliamo di dati concreti. Nel 2025 Cerebras ha registrato ricavi per 290,3 milioni di dollari, in crescita del 76% rispetto all’anno precedente, con un utile netto di 87,9 milioni di dollari — dopo una perdita di 485 milioni nel 2024. La crescita è reale e riflette il cambio di fase dell’industria AI: i grandi lab stanno spostando la spesa dal training dei modelli al loro deployment in produzione, e qui il chip di Cerebras trova il suo terreno naturale.
Il dato forse più rilevante è il backlog contrattuale: il Remaining Performance Obligation (RPO) — ovvero i ricavi futuri già contrattualizzati ma non ancora riconosciuti — ammontava a 25 miliardi di dollari al momento del deposito. Di questi, il 15% sarà riconosciuto nel biennio 2026-2027, il 43% tra il 2028 e il 2029, e il resto successivamente. Un accordo pluriennale da oltre 20 miliardi con OpenAI firmato a inizio 2026 rappresenta la fetta principale di questo backlog. AWS, da parte sua, ha integrato i sistemi CS-3 nelle proprie infrastrutture di data center, rendendoli disponibili attraverso Amazon Bedrock.

Non mancano però i rischi. La struttura azionaria è articolata in tre classi: le azioni di Classe A (quelle vendute al pubblico) hanno un voto ciascuna, le Classe B ne hanno 20 — e sono in mano a insider e investitori early stage, che mantengono il controllo. Esiste poi una Classe N, non votante, su cui OpenAI e Amazon hanno warrant per acquistare fino a 1,27 miliardi di dollari di azioni. La dipendenza da pochi grandi clienti (due soli account per l’86% dei ricavi 2025) rimane un elemento di fragilità strutturale.

L’IPO è stata originariamente strutturata con 28 milioni di azioni di Classe A a un range di prezzo tra 115 e 125 dollari, per una raccolta attesa di circa 3,5 miliardi. Ma il mercato ha risposto con una domanda che ha sorpreso tutti: gli ordini ricevuti durante il roadshow hanno superato di oltre 20 volte il numero di azioni disponibili. Il risultato è un repricing aggressivo: il range è stato rialzato prima a 125-135 dollari, poi a 150-160 dollari, con le azioni offerte portate da 28 a 30 milioni. Al top della nuova forchetta, la raccolta salirebbe a circa 4,8 miliardi di dollari, con una capitalizzazione di mercato che supera i 26 miliardi.
Il pricing definitivo è atteso per il 13 maggio 2026, con quotazione sul Nasdaq sotto il ticker CBRS. L’operazione è guidata da Morgan Stanley, Citigroup, Barclays e UBS Group. Secondo Dealogic, sarà la più grande IPO globale dall’inizio dell’anno — e potrebbe aprire la strada ad altri mega-debutto attesi, tra cui SpaceX, OpenAI e Anthropic.


Cerebras è un caso studio interessante su come il mercato valuta il rischio tecnologico nell’era dell’AI. L’azienda ha scelto una scommessa radicale — costruire il chip più grande mai realizzato, ottimizzato per un caso d’uso specifico — e quella scommessa oggi trova clienti disposti a firmare contratti da miliardi di dollari. Il fatto che OpenAI e AWS abbiano messo la propria firma su questa tecnologia è una forma di validazione difficile da ignorare.
Detto questo, chi guarda questo titolo con gli occhi di un investitore value dovrà fare i conti con una valutazione che — a oltre 26 miliardi di capitalizzazione su 290 milioni di ricavi — sconta già molti degli scenari positivi. Il backlog da 25 miliardi è reale, ma è distribuito su molti anni e dipende dall’esecuzione di un’azienda che ha ancora una storia operativa breve come società pubblica.
Ogni numero racconta una storia. Quella di Cerebras è appena all’inizio del suo capitolo pubblico.
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